ALLE ORIGINI DELL'ITALIA

... ovvero i fatti prima dell'Unità

1820 - TUTTO EBBE INIZIO A NOLA

Il monumento a Michele Morelli, a Nola
Il monumento a Michele Morelli, a Nola

La prima scintilla di quelli che sarebbero poi noti come “moti carbonari per l’unità d’Italia” divampò in Nola. Arteficie, Michele Morelli, capo della sezione della carboneria di Nola, decise di coinvolgere il proprio reggimento nella cospirazione. A questo si affiancarono Giuseppe Silvati, sottotenente, e Luigi Minichini, prete nolano dalle idee anarcoidi.

 

La notte tra il 1° e il 2 luglio 1820, la notte di San Teobaldo, patrono dei carbonari, Morelli e Silvati diedero il via alla rivolta disertando con circa 130 uomini e 20 ufficiali. Ben presto li raggiunse Minichini che entrò subito in contrasto con Morelli: il primo voleva procedere con un largo giro per le campagne allo scopo di aggiungere alle proprie fila quei contadini e quei popolani che credeva attendessero di unirsi alla cospirazione; il secondo voleva puntare direttamente su Avellino dove lo attendeva il generale Pepe.

 

Minichini lasciò lo squadrone allo scopo di seguire il proprio intento che non ebbe l’effetto sperato, costringendolo a rientrare nelle file del grosso dei rivoltosi. Il giovane ufficiale Michele Morelli, sostenuto dalle proprie truppe, procedeva intanto verso Avellino senza incontrare per le strade l’entusiasmo delle folle che si aspettava.

 

Il 2 luglio, a Monteforte, fu accolto trionfalmente. Il giorno seguente, Morelli, Silvati e Minichini fecero il loro ingresso ad Avellino. Accolti dalle autorità cittadine, rassicurate del fatto che la loro azione non aveva intenzione di rovesciare la monarchia, proclamarono la costituzione sul modello spagnolo. Dopo di che, passò i poteri nelle mani del colonnello De Concilij, capo di stato maggiore del generale Pepe.

 

Questo gesto di sottomissione alla gerarchia militare, provocò il disappunto di Minichini che tornò a Nola per incitare una rivolta popolare. Il 5 luglio, Morelli entrava a Salerno, mentre la rivolta si espandeva a Napoli dove il generale Guglielmo Pepe aveva raccolto molte unità militari. Il giorno seguente, il re Ferdinando I si vide costretto a concedere la costituzione.

 

Dopo pochi mesi, le potenze della Santa Alleanza, riunite in congresso a Lubiana, decisero l'intervento armato contro i rivoluzionari che nel Regno delle Due Sicilie avevano proclamato la costituzione. Si cercò di resistere, ma il 7 marzo 1821 i costituzionalisti di Napoli comandati da Guglielmo Pepe, sebbene forti di 40.000 uomini, furono sconfitti ad Antrodoco dalle truppe austriache. Il 24 marzo gli austriaci entrarono a Napoli senza incontrare resistenza e chiusero il neonato parlamento.

 

Dopo un paio di mesi, re Ferdinando revocò la costituzione e affidò al ministro di polizia, il principe di Canosa, il compito di catturare tutti coloro che erano sospettati di cospirazione.

 

Ecco come Atto Vannucci raccontò nel suo "I martiri della libertà Italiana" (Firenze, 1877): "Ferdinando, poco dopo il suo arrivo in città (15 maggio 1821) pubblicò un decreto promettendo "perdono agli sconsiderati che, costretti dalla forza, o indotti dal timore, dalla sedizione o altra causa scusante, si erano ascritti alla carboneria o ad altre società segrete, purché non fossero nel numero dei cospiratori". Dopo la pubblicazione di questo decreto furono in un sol giorno arrestati sessantasei militari o settari di quelli che ai primi di luglio dell'anno precedente si erano accampati a Monteforte, e che non erano fuggiti, credendo di essere assicurati dal giuramento fatto dal re.
Fra questi era il colonnello CELETANI, il tenente colonnello TUPPUTI, il maggiore GASTONE, il maggiore STAITI, il capitano PRISTIPINO. Contro di essi fu aperto un processo. Il generale GUGLIELMO PEPE, il colonnello De CONCILI, il colonnello PISA e molti altri si erano già rifugiati in Spagna.

 

Nei primi tempi riuscirono a sottrarsi all'arresto anche i sottotenenti MORELLI e SILVATI, che erano stati i primi a dare il segno della rivolta e a disertare dai quartieri di Nola. Essi, dopo la disfatta dell'esercito a Rieti e l'entrata delle schiere austriache, fuggirono nelle campagne, dirigendosi verso le Puglie. Il Morelli, a capo di 500 soldati partigiani, correva le campagne intorno alla città di Mirabella.


Ma la foga dei suoi con il tempo diminuiva, mentre altri disertavano, e altri ancora si mostravano schivi ai pericoli. Morelli li licenziò tutti, e solo con Silvati, compagno antico, correndo verso il mare, approdarono nei lidi di Ragusi; ma privi di passaporto e mostrando le ansietà dei fuggiaschi, suscitato sospetto alle autorità del luogo furono fermati, catturati, imprigionati, infine spediti (avevan detto essere di Romagna) in Ancona. Lì le menzogne si palesarono: i nomi che si erano inventati erano ignoti alla finta patria; il parlar napoletano, i dubbi nel rispondere, le varietà dell'uno e l'altro sopra fatti comuni, le note vicissitudini e i luoghi e i tempi accertavano che erano due fuggitivi; però, mantenendosi guardinghi i loro carcerieri aspettavano di consegnarli al governo di Napoli.


Quando però presentandosi con i loro veri nomi, dissero di essere ufficiali del reggimento Principe, partecipanti ai moti civili del 1820, ma discolpati dal decreto del re, quelli per non aver fastidi con il Re di Napoli li rimandarono nel loro regno scortati da numerose guardie. Solo Silvati vi giunse, mentre Morelli ebbe invece altra sorte: entrato per natural bisogno in una cava, le guardie fuori lo attesero, ma la spelonca allargandosi all'interno, possedeva un'altra uscita nell'opposta valle. Per quella il Morelli fuggì. Di foresta in foresta, camminando solo nella notte, andò negli Abruzzi, scese nelle Puglie, intendeva passare in Calabria, cercare danaro dai suoi parenti, ed imbarcarsi di nuovo, con più felici speranze, per la Grecia.


Incontrato da alcuni ladri, fu derubato e percosso; ma poiché tenne nascoste in una cinta poche monete d'oro, dopo la spiacevole avventura, si fece animo a proseguì il cammino. Quasi nudo e tutto scalzo, camminando poco, ma soffrendo tanto, entrò nel piccolo villaggio chiamato Chienti (n.r. Chieuti): provvide da un calzolaio scarpe, cibo e vesti e lo pagò con una moneta di sei ducati, ricchezza non conforme alla visibile povertà del suo stato. Il calzolaio insospettito, svelò i suoi dubbi ai ministri locali. Morelli fu fermato, arrestato e, messo in catene (n.r. portato prima a San Severo) fu spedito a Napoli. Lui e Silvati fecero aumentare d'importanza il processo già iniziato a Monteforte.

 

Furono scelti come giudici uomini non curanti pieni d' infamia. La colpa dei prigionieri era di avere disertato le bandiere, e di essere stati i promotori della rivoluzione. Morelli e Silvati ne aveano dato per primi l'esempio. Ma il re accettò quei patti, giurò la costituzione proclamata dapprima in Nola e poi in tutto il Regno, e invocò sul suo capo la vendetta di Dio se fallisse al giuramento. Quindi, non vi era più colpa né per i responsabili che avevano iniziato né per i loro seguaci. Così diceva la ragione e la logica; ma non così voleva l'empio Borbone.


Il processo durò a lungo, e il dibattimento correva sempre di più verso un'empia conclusione. Alcuni degli accusati furono condotti al tribunale gravemente ammalati: due cadevano essendo febbricitanti, uno sputante sangue dai polmoni, un altro era lordo di sangue che usciva da ferite riaperte.

 

Dalla Gran Corte speciale che doveva giudicare erano stati rimossi i giudici più umani, e messi al loro posto i più servili e crudeli, pronti a condannare a ogni costo. Pure il giudice De Simone, commosso a tal vista, domandò ai suoi compagni: Siamo qui giudici o carnefici ? e chiese che fosse differito il giudizio. Il pubblico che assisteva applaudì questo suo intervento: ma il presidente ammonì il giudice umano e ordinò alle guardie austriache di cacciare con le armi in pugno gli impietositi; la più parte dei giudici, solleciti del favore del Re e non curanti d'infamia, continuarono a fare il loro mestiere di carnefici.

 

Il colonnello CELENTANI difese energicamente gli ufficiali del suo reggimento, dichiarandoli innocenti, perché non liberi e costretti a obbedire ai comandi del capo supremo, concluse che, se nei moti del 1820 vi era colpa, quanto al suo reggimento, egli solo si riteneva reo, lui solo si doveva punire, ed assolvere ogni altro.


Generoso coraggio espressero anche gli avvocati difensori, i quali, senza curarsi dei pericoli che venivano da una causa già decisa, difesero arditamente i prigionieri, dimostrando che l'assenso e i giuramenti del Re poneva gli accusati nell'innocenza.


Ma non giovò a nulla, né la forza delle ragioni né l'affetto per i disgraziati. Tre giudici votarono per la morte, tre per l'assoluzione degli accusati: il presidente, contro la consuetudine in simili casi, stette coi primi. Il 10 di settembre dell'anno 1822 Michele Morelli e Giuseppe Silvati furono condannati e condotti il giorno dopo alla forca; e morirono da forti come erano vissuti.
Morelli, più volte interrogato dai giudici, rispose: "Mancai, lo confesso, ai giuramento della milizia: ma anche il RE mancò perché giurò di perdonare al mio mancato giuramento".

 

Mentre saliva al patibolo ricordò gli eroi del 1799, periti vittime dell'iniquità e degli spergiuri di quello stesso Re, che ora ancora spergiurava e si lordava le mani con il sangue di uomini liberi. Morelli si sforzò anche di parlare al popolo silenzioso e costernato, ma i tamburi austriaci gli coprirono la parola. Pochi minuti dopo i corpi di Michele Morelli e di Giuseppe Silvati pendevano dalla forca.


I tre giudici benigni furono rimossi dall'ufficio, quelli severi promossi. "Giustizia" fu fatta!".

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